Il "Piccolo Brasile" di Fabbri. L'epopea del Mantova negli anni '60
Ci sono storie nel calcio italiano che sembrano appartenere a un'altra epoca, racconti di imprese che oggi farebbero fatica anche solo a essere immaginate. Una di queste è quella del Mantova degli anni Cinquanta e Sessanta, la squadra che da un anonimo campionato di Quarta Serie arrivò fino ai salotti buoni della Serie A, conquistandosi sul campo il soprannome di "Piccolo Brasile". Una definizione nata quasi per caso, dopo l'ennesima vittoria roboante, quando un giornale di Lucca titolò in vista della sfida contro i virgiliani: "Arriva il Piccolo Brasile...". Il nome restò, diventando il simbolo di una cavalcata irripetibile. Tutto iniziò nell'estate del 1956, quando sulla panchina del Mantova arrivò Edmondo Fabbri, l'omino di Castel Bolognese destinato a lasciare un segno indelebile nel calcio italiano. Al suo fianco, un altro uomo chiave: Italo Allodi, inizialmente assistente e segretario, ma in realtà il vero architetto di una squadra costruita con intelligenza e visione. Fabbri puntò sui giovani della provincia, pescando dal Governolo, dal Sant'Egidio e da altre realtà locali. William Negri, Veneri, Dante Micheli, Longhi, Paccini: nomi che sarebbero diventati leggenda. Il primo anno fu di rodaggio, ma già si intuiva che qualcosa di speciale stava nascendo. La scalata vera e propria cominciò nel 1957-58, quando Allodi mise a segno colpi decisivi sul mercato. Arrivarono Gustavo Giagnoni, destinato a diventare la bandiera del club, e l'attaccante Eugenio Fantini, insieme a Bibolini, Martinelli, Cuoghi e Recagni. La squadra funzionava come un orologio svizzero: grinta, tecnica, voglia di vincere. Il campionato di Quarta Serie d'Eccellenza fu dominato con autorità, solo due sconfitte in tutto il torneo. Il Mantova volava, e la gente cominciava a crederci davvero.
L'anno successivo, il 1958-59, fu probabilmente il più bello e intenso della storia biancorossa. Pochi innesti, tanto entusiasmo, risultati che lasciavano a bocca aperta: 8-0 al Legnano, 2-0 a Lucca, 3-0 a Vercelli, 3-1 a Piacenza. Il Mantova giocava un calcio spettacolare, travolgente, che incantava le piazze e riempiva gli stadi. L'unica squadra capace di tenere il passo fu il Siena, che precedeva i virgiliani di tre punti a poche giornate dalla fine. Lo scontro diretto al "Porta Elisa" fu decisivo: 2-0 per il Mantova con reti di Turatti e Recagni, e alla fine della stagione le due formazioni chiusero appaiate a quota 58 punti. Si rese necessario uno spareggio in campo neutro, a Genova, il 28 giugno 1959. Una data scolpita nella memoria dei tifosi biancorossi. Oltre seimila persone partirono da Mantova, riempiendo treni, pullman e auto private. La partita sembrò maledetta sin dall'inizio: dopo pochi minuti Cadè si infortunò e la squadra rimase in dieci. Ma invece di crollare, il Mantova mostrò tutto il suo carattere. Resistette, lottò, e all'80' un contropiede fulminante portò Fantini al gol decisivo. L'1-0 valeva la Serie B e la città esplose di gioia. Era un calcio diverso, quello. Le partite non si vedevano in televisione come oggi, non esistevano le app per scommettere sul calcio che ci sono oggi, né streaming on demand. Per seguire la propria squadra bisognava esserci, fisicamente, allo stadio o attaccati alla radio. Il coinvolgimento era totale, viscerale, fatto di attese snervanti e celebrazioni collettive. Oggi una partita si può guardare ovunque, sul divano di casa, al bar, persino sullo smartphone mentre si è in metro. Ma forse proprio quella distanza, quella difficoltà di accesso, rendeva ogni vittoria più preziosa, ogni emozione più intensa. Il tifo era comunità, appartenenza, identità. Il successo del Mantova non passò inosservato. Allodi fu chiamato dall'Inter di Angelo Moratti per costruire la Grande Inter, quella di Herrera e delle Coppe dei Campioni. Alcuni giocatori furono ceduti, ma la macchina biancorossa non si fermò. Nel 1961 arrivò la promozione in Serie A, un traguardo che sembrava impossibile solo pochi anni prima. Per competere ai massimi livelli, la società si mosse sul mercato: dal Santos arrivò Angelo Benedicto Sormani, soprannominato il "Pelè bianco", e dalla Svizzera lo svizzero Tony Allemann. Anche Karl-Heinz Schnellinger, fortissimo difensore tedesco, vestì la maglia virgiliana.
Il debutto in Serie A fu un sogno: settembre 1961, Juventus-Mantova 1-1. Un punto contro i bianconeri di Sivori e Charles, una conferma che il Piccolo Brasile poteva dire la sua anche tra i grandi. La prima stagione si chiuse con un dignitoso nono posto. Ma i contrasti interni cominciavano a farsi sentire: le tensioni tra Fabbri e il presidente Nuvolari spaccarono la città. Chi stava con l'allenatore si ritrovava al ristorante Da Gastone, chi con la società al Bar Sociale. La Gazzetta di Mantova fu bruciata in piazza, volantini piovvero da un ultraleggero. Mantova si trasformò in un campo di battaglia tra tifoserie opposte. Nel 1962 Fabbri lasciò per guidare la Nazionale italiana, sostituito dall'ungherese Nandor Hidegkuti. Arrivò anche un giovane portiere di belle speranze: Dino Zoff, destinato a diventare leggenda del calcio mondiale. Il Mantova riuscì a salvarsi più volte, ma la magia degli anni d'oro stava svanendo. Nel 1965 arrivò la prima retrocessione, seguita da un'immediata risalita. Nel 1967-68, un episodio clamoroso: nell'ultima giornata, il Mantova batté 2-1 l'Inter al Martelli con un gol di Gegè Di Giacomo, regalando lo scudetto alla Juventus. I nerazzurri non perdonarono mai. Nel 1971 il Mantova tornò in Serie A, ma l'anno dopo retrocedette definitivamente in Serie B. La favola era finita. In pochi anni la squadra ripercorse al contrario il cammino glorioso degli anni Cinquanta, sprofondando fino alla Serie C. Le gradinate del Martelli si svuotarono, l'entusiasmo si spense. Il "Piccolo Brasile" era ormai solo un ricordo, custodito gelosamente dai tifosi più anziani e tramandato come leggenda. Ma quelle stagioni restano, incancellabili, tra le pagine più belle della storia del calcio italiano.
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