Dal campo alla panchina, Possanzini: "Ho studiato tanto per fare il mister"

21.03.2024 15:00 di Tutto Mantova   vedi letture
Dal campo alla panchina, Possanzini: "Ho studiato tanto per fare il mister"
© foto di Mantova 1911

Giornata di incontro nelle scuole (più precisamente il liceo scientifico a indirizzo sportivo della zona), per il tecnico del Mantova Davide Possanzini, che ha parlato a cuore aperto agli studenti, svelando tanti retroscena del suo percorso professionale, che lo sta portando a un passo dal centrare la Serie B con la formazione virgiliana: "Dopo aver allenato in passato nel calcio giovanile, mi ero reso conto dell'importanza di un approccio sistemico anche con la prima squadra - si legge su La Gazzetta di Mantova ed anche online su TMW -. Quando ho iniziato ad allenare facevo una scaletta, programmavo i concetti da assimilare. Ma ho cambiato idea, quest'anno mi sono concentrato sul risultato globale, iniziando con un lavoro difficile per poi magari scomporlo in modo analitico. E non parlo del gesto tecnico, dobbiamo guardare oltre. Un calciatore è molto di più. Con gli interventi giusti, fatica e pazienza, il buon lavoro emerge. Poi chiaro, conta il materiale umano".

 

E prosegue: "Non avrei mai voluto fare l'allenatore, da calciatore certe cose non puoi comprenderle. Ma mi sono trovato a farlo, il tecnico. A un certo punto la curiosità ha preso il sopravvento. Quando giocavo io il modo di allenare era quasi imposto, mi chiedevano cose che poi nella realtà erano difficili da mettere in pratica sul campo. E mi facevo delle domande. Le risposte ho cominciato a darmele quando ho smesso di giocare. Ho studiato, ho osservato da vicino, ho riflettuto su come rendere più agevoli certi concetti, mi sono aggiornato. Da lì ho trasformato la smisurata passione che ho per il calcio in qualcosa di ancor più totalizzante".

Una nota va al rapporto con gli arbitri: "Dovrei essere l'ultimo a parlarne, visto che vengo da una squalifica di tre giornate, Ma io l'arbitro non l'ho insultato, lo ribadisco. Prima c'era più rispetto reciproco con i fischietti, ai giocatori veniva perlopiù chiesto di non essere plateali. Un rapporto diverso, più complicità tra noi. Alla fine anche l'arbitro è un uomo, non una macchina e può sbagliare come lo fanno i calciatori e i tecnici. A volte ancora perdo la lucidità necessaria nei loro confronti ma sto lavorando per completare il percorso di autocontrollo".

 

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